Le dimensioni della giustizia in politica



Gli ideali più importanti dell’etica si riflettono nel Diritto, e quindi nella Politica. Il diritto autentico è colui che dà vita ai grandi valori che ne legittimano l’esistenza, quelli della giustizia, della certezza del diritto e del bene comune.

Ora, per illustrare quanto sopra, conviene conoscere le varie dimensioni della giustizia. La prima dimensione è la giustizia commutativa, che si riferisce essenzialmente ai contratti, come i prestiti, l’acquisto di oggetti,… Nei contratti si stabilisce che l’importo che è stato prestato deve essere pagato secondo quanto stipulato. Il governo deve garantire che questi prestiti o contratti non siano abusivi (debiti di montagna).

In secondo luogo, c’è la giustizia distributiva che si riferisce soprattutto alla distribuzione degli “oneri” fiscali e degli incarichi nella pubblica amministrazione. Il sovrano ha l’inalienabile responsabilità di assegnare incarichi non per parentela, clientelismo o altri futili motivi, ma secondo il merito e le capacità di chi dirige. Purtroppo questi errori sono il tallone d’Achille di molti dei nostri governi.

La dimensione più importante è la giustizia sociale o il bene comune, che cerca di risolvere i problemi sociali più urgenti. È importante promuovere lo sviluppo integrale dell’essere umano: ridurre la miseria, promuovere la salute, la sicurezza e l’occupazione stabile, poiché la nostra responsabilità è combattere le oppressioni che si oppongono alla dignità dell’essere umano. I programmi del governo dovrebbero includere “fare, conoscere e avere di più, per essere di più”. Non si tratta di promuovere una società strettamente egualitaria, ma di cercare una società più giusta ed equilibrata in cui lo sviluppo economico non sia frenato da eccessive spese militari.

L’approccio alla giustizia sociale è globale e abbraccia tutte le relazioni espresse nelle diverse dimensioni della giustizia, in particolare la giustizia distributiva, per la quale la perfidia, il disprezzo dei trattati e le raccomandazioni delle organizzazioni internazionali sui diritti umani dell’essere umano, non devono essere respinti in nome della una cosiddetta sovranità nazionale.

La giustizia sociale è generalmente guidata da due principi: solidarietà e sussidiarietà. Il primo rispetta l’autonomia di ciascun gruppo sociale (famiglia, scuole, università, organizzazioni civili) nel realizzare i propri obiettivi. Il secondo coopera con i gruppi che richiedono un certo sostegno o aiuto per raggiungere i loro obiettivi. Tutto questo, va sottolineato, senza cadere nel paternalismo o nella demagogia.

Per avere una concezione adeguata della giustizia sociale, è della massima importanza stabilire il tipo di relazioni che devono esistere tra la persona e la società. La società e lo Stato esistono per la persona, non la persona per la società. Pertanto, lo Stato non deve asservire o opprimere la persona umana, ma, al contrario, deve incoraggiare e favorire la crescita delle dimensioni dell’essere umano e delle sue legittime aspirazioni di miglioramento, materiale e spirituale.

Ora, sebbene la giustizia sociale sia stata proclamata da alcune correnti socialiste, molti anni prima, troviamo eminenti pensatori del bene comune tra i teologi legali spagnoli dell’età dell’oro; In particolare, sarebbe necessario segnalare il domenicano Francisco de Vitoria, il vescovo del Chiapas, Bartolomé de las Casas, ei gesuiti Francisco Suárez e Juan de Mariana.

La mancata comprensione del primato della persona porta a disastrose incomprensioni: Lenin diceva che “ciò che conta è il gruppo sociale permanente e non gli individui transitori”, frase fuorviante in cui la persona è ridotta a un incidente passeggero dell’insieme sociale. Con ciò si stabiliscono le basi del totalitarismo che stravolge profondamente quella che è l’essenza della persona e della società.

Ridurre l’orientamento e il contenuto del diritto alla volontà dello Stato equivale purtroppo a mutilare la scienza del diritto. L’anima del Diritto è che le persone vedano in essa il riflesso della loro dignità, che richiede il rispetto della dignità delle persone per non cadere in un positivismo estremo in cui il governante può dire: “Lo Stato sono io”. (Luigi XIV… e altri).

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